![]() «Solo la crescita rimetterà in moto l’aumento degli stipendi»
L’Italia è una Repubblica basata sul lavoro. Ma se scema questa fondamenta rischia di scricchiolare anche la tenuta sociale e democratica del nostro Paese. Di qui la scelta di parlare di lavoro con uno degli economisti più ascoltati e apprezzati nei consessi dove mondo dell’industria e delle attività produttive e mondi della politica e del terzo settore cercano di trovare una direzione per un Paese, l’Italia, che anche nelle sue regioni più avanzate, fa fatica a tenere la competitività e il benessere raggiunti alla fine del secolo scorso. Professore Cottarelli, il grande spauracchio di questo secolo è l’intelligenza artificiale, o AI che dir si voglia. Il diavolo è così brutto come lo si dipinge? «Sono due secoli che si pensa che la tecnologia possa far sparire una parte della società e non è mai successo. Il progresso ha permesso in parte a produrre di più, in parte a lavorare di meno.» «Non c’è ragione per cui l’intelligenza artificiale, almeno in linea di principio, non debba portare alla stessa cosa. Una certa preoccupazione rispetto al passato c’è ed è legittima, perché vengono sostituiti anche lavori intellettuali. Tuttavia non sappiamo quanto potranno davvero cambiare le cose perché l’AI basata sulla riscoperta delle reti neurali è qualcosa di abbastanza recente». Ed allora perché da più parti sembra che del lavoro non ci sia più bisogno, se non a condizioni spesso al limite della sussistenza? «In realtà il tasso di disoccupazione è attualmente in Italia il più basso da decenni. E più della metà delle nostre imprese hanno difficoltà a trovare personale. Uno dei nodi irrisolti è però quello del basso livello dei salari. I due fenomeni (crescita dell’occupazione e salari in discesa) sono collegati: il lavoro costava poco e le imprese hanno aumentato le assunzioni. Si sono però creati posti di lavoro a bassa produttività, a basso reddito». Come sono andate le cose numeri alla mano? «Bisogna distinguere due periodi. I primi 20 anni di questo secolo sono stati problematici perché l’intero Paese non cresceva: eravamo ultimi in Europa nella classifica della crescita dei salari, ma anche in quella della crescita dei profitti. Gli ultimi anni invece sono caratterizzati da un’ondata di inflazione che ha tagliato di colpo le retribuzioni reali medie del 13% nel 2021-22. Poi è iniziato un lento recupero e da quella perdita di 13 punti percentuali ora siamo arrivati a meno 8 punti percentuali». Sulla testa degli italiani poi si addensa la minaccia della deflazione della popolazione: saremo sempre di meno e sempre più vecchi. In questo scenario occorrerà rivalutare la riforma Fornero, molto avversata da una parte politica ora al governo quando era all'opposizione. Quota 100 rimarrà un ricordo? «Credo proprio di sì. Il punto va visto al di là dei singoli interventi introdotti negli ultimi anni. L’abolizione netta della Fornero, di fatto, non si è mai realizzata. Anche con le varie quote 100 e 1002 o 1003, sono state introdotte misure correttive – finestre, requisiti differenziati, strumenti temporanei – che hanno comunque limitato il numero delle persone che possono andare in pensione in un determinato anno.» Il riassunto più chiaro resta una frase pronunciata dal ministro Giorgetti circa un anno fa: con questa demografia la sostenibilità del sistema pensionistico è molto a rischio. È stata l’ammissione più evidente del fatto che non si può pensare di smontare la Fornero. Va anche ricordato che l’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita non nasce con la Fornero, ma con una norma del 2010. Successivamente si è intervenuti per rallentarne l’applicazione, come quest’anno introducendo per esempio l’aumento di tre mesi nell’età pensionabile in modo graduale». Nel mercato del lavoro appare evidente come gli over 50 siano più appetibili dei giovani under 25. Come se ne esce? I giovani fanno fatica a entrare nel mondo del lavoro, e quindi a contribuire pienamente alla propria futura pensione, perché l’economia cresce poco. E questa poca crescita è concentrata in settori a bassa produttività e con salari contenuti». Cosa servirebbe? «Se un Paese cresce dello 0,5% del Pil, tutto diventa più complicato: contributi, sostenibilità del sistema, prospettive future. La base resta sempre la capacità dell’economia di crescere in modo più robusto. Per farlo servono riforme che rendano l’Italia un Paese dove è più attraente fare attività d’impresa, il che vuol dire almeno meno burocrazia, meno tasse e energia a più basso costo».
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Carlo Cottarelli: l’intelligenza artificiale è un falso problema
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