A Trento la protesta contro il nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio: mille in piazza, dubbi su utilità e diritti

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Corteo cittadino, voci politiche e numeri sul progetto di Maso Visintainer a Piedicastello

Sabato 16 maggio, circa mille persone hanno percorso le strade di Trento per dire no all’apertura del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) previsto a Piedicastello. La manifestazione, convocata da una pluralità di sigle politiche, sindacali e associative, ha restituito uno specchio della città: un’opposizione ampia e composita, motivata da ragioni umanitarie, pratiche e politiche.

Alla mobilitazione hanno aderito sindacati e partiti: Cgil, Cisl e Uil si sono uniti a sigle politiche e movimenti come Avs, Movimento 5 Stelle, Onda, Partito Democratico, Radicali e Rifondazione. Accanto a loro numerose associazioni – Acli, Anpi, Arci, Giuristi democratici e Libera – hanno portato voci e testimonianze a sostegno di un messaggio comune: i Cpr sono «luoghi inumani e inutili». La partecipazione popolare è stata consistente: sebbene gli organizzatori parlino di un’ottantina di adesioni formali al corteo, la stima complessiva dei presenti è stata di circa mille persone.

I promotori della protesta hanno richiamato anche dati e argomentazioni già emersi durante il primo corteo del 13 dicembre, quando oltre mille persone manifestarono con analoghe ragioni. L’accusa ricorrente è che meno della metà delle persone trattenute nei Cpr venga poi effettivamente espulsa: un dato che mette in discussione la funzione dichiarata di questi centri e ne contesta la giustificazione economica ed etica.

Secondo l’accordo con il ministero dell’Interno, il centro sorgerà nel Maso Visintainer, a Piedicastello, in un’area compresa tra la tangenziale e l’autostrada. La Provincia di Trento è responsabile della costruzione, mentre la gestione operativa sarà affidata a Roma. L’investimento complessivo previsto è di 1,5 milioni di euro per un centro con 25 posti disponibili: due terzi dei posti saranno riservati a persone rintracciate sul territorio trentino. I lavori dovrebbero partire già con l’estate e l’obiettivo dichiarato è l’apertura nei primi mesi del 2027.

L’arrivo del Cpr sarà accompagnato da un significativo ridimensionamento dell’accoglienza per richiedenti asilo nella provincia: i posti passeranno dagli attuali 730 a 315, una riduzione di oltre il 50%. Questa scelta, oltre a modificare l’offerta di accoglienza, solleva interrogativi sulla gestione dei percorsi di integrazione, sui servizi sociali e sulla capacità di risposta alle esigenze di chi cerca protezione.

Il dibattito su un Cpr in città solleva diverse questioni concrete che richiedono risposte trasparenti:

- Quale sarà il criterio operativo per la selezione delle persone trattenute e per la loro durata di permanenza?

- Come sarà garantita la tutela dei diritti fondamentali e l’accesso a supporto legale e sanitario?

- Che impatto avrà la riduzione dei posti di accoglienza sui progetti di integrazione e sui servizi territoriali?

- Come verranno misurate e valutate le effettive espulsioni rispetto alle persone trattenute, per verificare l’efficacia del centro?

La mobilitazione del 16 maggio dimostra che a Trento il tema non è solo amministrativo ma coinvolge comunità, organizzazioni e partiti. Di fronte a decisioni che toccano diritti, risorse e relazioni sociali, è indispensabile un confronto pubblico e documentato: dati certi, trasparenza nelle procedure e garanzie per le persone interessate devono essere al centro del dibattito. La Provincia e il Ministero hanno la responsabilità di chiarire tempi, modalità e tutele, mentre la città chiede risposte chiare su una scelta che influenzerà il territorio nei prossimi anni.