Povertà relazionale, il volto nascosto della fragilità: anche il Trentino fa i conti con la solitudine

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Presentata a Trento la prima ricerca qualitativa sul fenomeno. Nasce il Tavolo permanente sulle Solitudini: “Il benessere economico non basta, servono relazioni e comunità”

La povertà non si misura soltanto nel reddito. Può assumere forme più silenziose e difficili da individuare, come la mancanza di relazioni significative, l’isolamento sociale e la fragilità dei legami. È la cosiddetta povertà relazionale, una vulnerabilità sempre più presente anche in Trentino, territorio tradizionalmente considerato tra i più solidi dal punto di vista del welfare e della coesione sociale.

A mettere a fuoco questo fenomeno è la ricerca “Solitudini e povertà nelle relazioni”, presentata alla Fondazione Caritro nel corso di un incontro promosso dalla Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale e dalla Consulta provinciale delle Politiche sociali. Un appuntamento che non si è limitato alla restituzione dei risultati dell’indagine, ma che ha segnato anche l’avvio ufficiale del nuovo Tavolo di lavoro sulle Solitudini.

«Chi ha bisogno ha diritto di ricevere una risposta», ha sottolineato il presidente della Consulta provinciale delle Politiche sociali, Paolo Tonelli, aprendo una riflessione che coinvolge istituzioni, servizi e comunità locali.

La ricerca rappresenta la prima indagine qualitativa realizzata sul territorio provinciale in materia di povertà relazionale. Coordinata dalla Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale, è stata condotta tra febbraio e marzo 2026 attraverso quattro focus group e quattordici interviste rivolte a operatori e operatrici del settore sociale impegnati quotidianamente nel lavoro con persone fragili.

Più che ai numeri, l’attenzione è stata rivolta alle esperienze dirette e alle dinamiche che spesso restano invisibili. Dalle testimonianze raccolte emerge infatti un dato trasversale: la solitudine non riguarda una categoria specifica, ma attraversa tutte le fasce d’età e le condizioni sociali.

«È impressionante la trasversalità della povertà relazionale», ha evidenziato Eleonora Garau, laureanda dell’Università di Trento e collaboratrice della ricerca. «Si manifesta in contesti molto diversi e coinvolge persone che spesso non vengono percepite come fragili».

Lo studio mette in luce il rapporto circolare tra difficoltà economiche e isolamento sociale. La scarsità di risorse limita le occasioni di incontro e partecipazione, mentre la mancanza di relazioni solide può ridurre le opportunità lavorative e aggravare le condizioni di vulnerabilità. Anche in una provincia dove il tasso di famiglie a rischio povertà resta inferiore alla media nazionale, emergono nuove forme di precarietà che incidono sulla qualità delle relazioni sociali.

Tra gli aspetti più significativi segnalati dagli operatori vi sono lo stigma e la vergogna che spesso accompagnano la solitudine. Molte persone non chiedono aiuto e finiscono per rimanere ai margini dei servizi. Una condizione che interessa anziani soli, famiglie in difficoltà, giovani ritirati dalla vita sociale, persone con disabilità e cittadini di origine straniera.

La ricerca evidenzia inoltre differenze significative tra le diverse aree del territorio provinciale. Nelle valli, ad esempio, il rischio di isolamento può essere amplificato dalla distanza dai servizi, dalle difficoltà di mobilità e, in alcuni casi, da barriere linguistiche e culturali. Un fenomeno che dimostra come anche territori economicamente solidi possano nascondere fragilità profonde.

Nel contrasto alla solitudine emerge con forza il ruolo del volontariato, considerato dagli operatori una risorsa fondamentale per il welfare locale. Spesso sono proprio le associazioni e i volontari a intercettare per primi situazioni di disagio e a costruire percorsi di accompagnamento e inclusione.

«La sfida è creare, attraverso una responsabilità condivisa e la forza del volontariato, le condizioni affinchè ogni persona possa trovare il proprio spazio all’interno della comunità», ha spiegato Beatrice Valline, coordinatrice della Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale.

Accanto ai punti di forza, vengono però evidenziate alcune criticità, come la difficoltà di coinvolgere nuove generazioni di volontari, il rischio di sovraccarico per chi già opera sul territorio e la necessità di un maggiore coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti.

Tra le esperienze considerate più promettenti figurano le Prescrizioni Sociali, un modello già sperimentato in Trentino che consente ai medici e agli operatori sanitari di indirizzare persone fragili verso attività sociali, associazioni e reti di volontariato. Un approccio innovativo che mira a contrastare l’isolamento attraverso percorsi di partecipazione e inclusione.

L’incontro si è concluso con l’avvio del Tavolo permanente sulle Solitudini, che avrà il compito di elaborare strategie condivise tra istituzioni, servizi e realtà del territorio. Tra gli obiettivi indicati figurano il rafforzamento della prevenzione, una migliore integrazione tra i servizi e la creazione di una rete di “sentinelle territoriali” capaci di individuare precocemente situazioni di isolamento.

Particolare attenzione viene riservata anche al ruolo delle Case della Comunità e dei Patti educativi, strumenti considerati strategici per costruire relazioni di prossimità e intercettare le fragilità prima che si trasformino in emergenze sociali.

A chiudere i lavori è stato l’assessore provinciale alla salute, Mario Tonina, che ha definito la ricerca «una fotografia sociologica del territorio e un richiamo alla responsabilità politica e istituzionale». Secondo l’assessore, il benessere materiale e l’efficienza dei servizi non sono sufficienti a garantire la salute sociale di una comunità. Occorre invece sviluppare una visione preventiva, capace di superare pregiudizi culturali e promuovere contesti di ascolto e partecipazione.