Un carrello della spesa più verde: etichette ambientali e tassa sulla CO2 per ridurre l’impatto del cibo

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Lo studio dell’Università di Trento pubblicato su una rivista internazionale mostra che informare i consumatori e tassare i prodotti più inquinanti può tagliare le emissioni senza penalizzare le famiglie con redditi più bassi

Il carrello della spesa può diventare uno strumento per difendere il clima. A dirlo è uno studio coordinato dall’Università di Trento, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Environmental Economics and Management, secondo cui la combinazione tra etichette ambientali sui prodotti e una possibile tassa sulla CO2 per gli alimenti più inquinanti potrebbe ridurre in modo significativo l’impatto ambientale della spesa, limitando allo stesso tempo gli effetti negativi sulle famiglie meno abbienti.

Il tema riguarda da vicino le abitudini quotidiane: il settore alimentare è infatti responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra generate dalle attività umane. Per questo, tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, c’è anche quello di favorire modelli di produzione e consumo più sostenibili. Ma per scegliere prodotti meno impattanti è necessario prima conoscere il loro peso sull’ambiente.

Lo studio ha analizzato proprio questo aspetto, osservando il comportamento dei consumatori attraverso un esperimento realizzato nel 2020, con la simulazione di un supermercato online del Regno Unito. Oltre 5mila persone hanno effettuato acquisti in un ambiente virtuale costruito per essere il più vicino possibile alla realtà. I prodotti considerati coprivano circa il 90% della spesa alimentare tipica delle famiglie britanniche, dalla carne di manzo al pesce, fino a frutta, verdura e uova.

I ricercatori hanno confrontato diversi scenari per capire quali strumenti potessero funzionare meglio nella riduzione dell’impatto climatico della spesa. Da una parte è stata valutata una soluzione basata solo sull’informazione: etichette ambientali colorate, in grado di indicare le emissioni associate a ogni prodotto. Dall’altra una misura più incisiva, cioè una tassa applicata agli alimenti con maggiore impatto sull’ambiente, come carne rossa, formaggi e pesce.

I risultati mostrano che le sole etichette ecologiche potrebbero ridurre l’impronta di carbonio del carrello della spesa del 5,6%. Una misura che, secondo lo studio, porta benefici senza costi diretti per i consumatori, ma con un effetto complessivo più contenuto.

La tassa sulla CO2, invece, risulterebbe più efficace se applicata da sola: nell’ipotesi analizzata, con un’imposta di 60 sterline per tonnellata di anidride carbonica, la riduzione delle emissioni arriverebbe al 9,8%. Tuttavia, l’aumento dei prezzi avrebbe un costo economico per i consumatori, stimato in circa 79 sterline all’anno per persona. Inoltre, la misura colpirebbe maggiormente le famiglie con redditi più bassi, che destinano una quota più ampia delle proprie risorse all’acquisto di alimenti.

La soluzione indicata come più equilibrata dallo studio nasce dall’unione dei due strumenti. La presenza delle etichette ambientali, infatti, aiuterebbe i consumatori a orientarsi verso alternative meno inquinanti, riducendo la necessità di una tassa più elevata. In questo scenario, l’imposta potrebbe scendere a 27,86 sterline per tonnellata di CO2, mantenendo una riduzione delle emissioni paragonabile a quella ottenuta con la tassa piena.

Secondo i calcoli dei ricercatori, questa combinazione produrrebbe anche un beneficio sociale netto di 13,20 sterline per persona all’anno, circa il doppio rispetto all’applicazione della sola tassa sul carbonio. Un ruolo decisivo avrebbe anche la destinazione delle entrate raccolte: se il ricavato dell’imposta venisse restituito alle famiglie attraverso un rimborso uguale per tutti, la misura potrebbe diventare più equa e non penalizzare le fasce di reddito più basse.

«Non dobbiamo dimenticare che le famiglie più povere sono maggiormente esposte alle imposte sui generi alimentari», sottolinea Marco Tomasi, primo autore dello studio. Secondo il ricercatore, la redistribuzione delle entrate su base individuale potrebbe eliminare le disparità create dall’aumento dei prezzi.

Lo studio ha inoltre evidenziato il peso delle abitudini alimentari di partenza. Le famiglie con una maggiore impronta ambientale nella propria dieta risultano anche quelle più disponibili a cambiare comportamento quando ricevono informazioni chiare sull’impatto dei prodotti acquistati. In particolare, le etichette sul carbonio sembrano influenzare maggiormente i consumatori con diete ricche di carne o con consumi alimentari più impattanti.

L’analisi suggerisce quindi che rendere più trasparenti le informazioni sulla sostenibilità degli alimenti potrebbe aiutare a modificare le scelte quotidiane, soprattutto nei gruppi dove il margine di riduzione delle emissioni legate alla dieta è maggiore.