![]() Il Gup di Trento infligge oltre 86 anni di carcere. Confiscati beni per 27,3 milioni di euro nell'inchiesta sul denaro dei cartelli della cocaina
Ventisette condanne, dieci assoluzioni, oltre 86 anni di carcere complessivi e una confisca da 27,3 milioni di euro. È questo il bilancio del primo processo nato dall'operazione «K1», la maxi inchiesta coordinata dalla Procura di Trento che ha portato alla luce un articolato sistema internazionale di riciclaggio dei proventi del narcotraffico. Il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trento ha emesso le sentenze nei confronti degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato o il patteggiamento. Le condanne, per un totale di 86 anni, 11 mesi e 10 giorni di reclusione, riguardano reati di associazione per delinquere e riciclaggio di denaro proveniente dal traffico internazionale di stupefacenti. Disposta anche la confisca, diretta e per equivalente, di beni per un valore complessivo di 27,3 milioni di euro, ritenuti il profitto delle attività di riciclaggio e autoriciclaggio contestate. Le decisioni non sono definitive e potranno essere impugnate. L'indagine, avviata nel 2019 dalla Procura di Trento e condotta dalla Guardia di Finanza con la polizia giudiziaria della Procura, si è sviluppata grazie a una vasta cooperazione internazionale che ha coinvolto la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Eurojust, Europol e le autorità investigative di 27 Paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Colombia. Secondo gli investigatori, l'organizzazione aveva costruito una complessa rete finanziaria capace di ripulire il denaro proveniente dal traffico di cocaina attraverso società, intermediari, conti correnti esteri e operazioni commerciali apparentemente regolari, così da reinserire i capitali nell'economia legale. L'inchiesta ha ricostruito un sistema al servizio dei cartelli sudamericani della droga, che rifornivano le organizzazioni criminali italiane, comprese Cosa nostra e 'ndrangheta. Il denaro incassato dalla vendita degli stupefacenti veniva raccolto da corrieri specializzati e successivamente trasferito su conti correnti dai cosiddetti "money mule". Da lì partivano bonifici in dollari destinati a società con sede negli Stati Uniti, in Cina, a Hong Kong e in Turchia, attive formalmente nel commercio di prodotti elettronici e beni di lusso. La merce veniva quindi esportata in Sud America, dove i clienti pagavano in valuta locale, consentendo ai cartelli di recuperare il valore della droga con denaro ormai ripulito. In questo meccanismo, secondo la ricostruzione della Procura, Trento rappresentava uno snodo strategico. Una società con sede soltanto sulla carta nel capoluogo trentino sarebbe stata utilizzata come centro di raccolta delle operazioni finanziarie, pur facendo riferimento a un domicilio di fatto inesistente. L'indagine prese avvio grazie all'attività di un finanziere sotto copertura, contattato dall'organizzazione e reclutato come incaricato del prelievo del denaro contante. L'operazione aveva portato, nella fase investigativa, all'esecuzione di 42 misure cautelari, cinque delle quali all'estero, tra Colombia e Spagna, e al sequestro di conti correnti, immobili e autovetture per un valore di 18,5 milioni di euro. Gli indagati complessivi erano 47, tra cui 26 cittadini stranieri, ritenuti dagli inquirenti parte di un'organizzazione criminale transnazionale articolata su più livelli. |
Maxi riciclaggio internazionale, arriva la prima sentenza: 27 condanne e sequestri milionari
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